domenica 6 marzo 2011

Disavventure di un gruppo di gitanti nel racconto "UNA GITA A SAN SALVATORE" di Giuseppe Mocci


San Giovanni di Sinis

Il 31 agosto del 1939, vigilia di San Salvatore di Sinis, le poche famiglie di Nurachesi e Riolesi che villeggiavano a San Giovanni, in quelle casette intorno alla vecchia chiesa, organizzarono una gita a San Salvatore.
Il programma prevedeva il raduno, di primo pomeriggio, di fronte alla chiesa e l'immediata partenza per S. Salvatore.
All’ora stabilita si presentarono otto famiglie, chi con carri, carrette, un calesse (del Cav. Giuseppe Zoncu) e una autovettura (di Ilario Mocci).
I carri erano stracolmi di provviste e dell’occorrente per trascorrere una notte all’addiaccio; non mancavano i pollastri rinchiusi in grandi ceste di giunchi, il vino nero e la bionda vernaccia.
Dopo una prima libagione di vernaccia, il gruppo si mise in viaggio. Precedeva la carovana il calesse del Cavaliere poi seguivano le carrette e i carri, mentre l’autovettura doveva partire mezz’ora dopo.
L’autovettura, una vecchia Fiat decappottata, stracarica di persone, partì arrancando e scoppiettando.
A fianco del conducente sedeva suo figlio Giuseppe, al centro; a destra sedeva compare Caria che teneva in  grembo il figlio Antonio; dietro, su due file di sedili sedevano gli altri componenti le due famiglie.
Giuseppe faceva a gara con il coetaneo Antonio a suonare la trombetta che stava sul lato sinistro del conducente, il quale, non gradendo l’intreccio delle mani dei due ragazzi davanti al suo naso, menava loro sonori ceffoni. Gli occupanti i sedili posteriori sobbalzavano e urlavano spaventati.
L’auto dopo qualche centinaio di metri cominciò a traballare, poi a fumare e alla fine si fermò di botto. Scese per primo il conducente, che si curvò sotto il motore e poi, alquanto contrariato, fece scendere tutti:  si era spaccata la coppa dell’olio.
L’autovettura era rimasta sospesa su un roccione affiorante al centro del tratturo.
Il gruppo capeggiato dal Cav. Zoncu era già arrivato a San Salvatore, ma il gruppo di Ilario Mocci tardava ad arrivare.  Allora il cavaliere, preoccupato, partì col suo calesse alla ricerca di Ilario, che trovò non molto lontano da San Giovanni.
Preso atto dell’accaduto, il Cavaliere legò con funi l’autovettura e riportò a San Giovanni il gruppo di Ilario, il quale ripartì per San Salvatore con carrette, preceduto dal capo-clan, Cav. Giuseppe Zoncu.
L’accampamento del clan venne realizzato nella piazza antistante la chiesa ed era formato da tanti carri e carrette con le stanghe rivolte verso il cielo, alle quali erano state legate tende, coperte e lenzuola.

villaggio di San Salvatore

L’accampamento, più tardi, era diventato molto grande, perché erano arrivati dai paesi vicini altri festaioli e devoti del Santo.
L’aria tutto intorno puzzava di vino e di arrosti. Ogni tanto scoppiavano i razzi e, all’arrivo del santo, trasportato a spalle  da pochi fedeli Cabraresi, vennero esplose alcune granate a cura dei componenti il Comitato dei festeggiamenti.
Durante la messa vespertina scoppiò un temporale con raffiche di vento, tuoni e lampi.
Fu un fuggi fuggi generale, perché la chiesa, molto piccola, non poteva contenere la tanta gente presente nel piazzale. Molti trovarono rifugio nelle casette dei Cabraresi, mentre Giuseppe rientrò sotto il carro della sua famiglia e di soppiatto si ranicchiò sotto le ampie gonne della domestica.
Il temporale cesso dopo un quarto d’ora e tutti fecero ritorno nei propri carri. 
I genitori di Giuseppe, non vedendolo, si allarmarono e con l’aiuto degli amici si misero a cercarlo dappertutto. Nel frattempo Giuseppe uscì dal nascondiglio con grande spavento della domestica che non si era accorta di nulla. 
Quindi ora tutti a cercare Ilario per comunicagli il ritrovamento del figlio.
Povero Giuseppe: ebbe una abbondante dose di ceffoni, ma la gita la ricorda sempre.

Racconto di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati

Editing G.Linzas

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