lunedì 12 novembre 2012

RICORDI DI VIAGGIO: NEW YORK E MONTREAL - di Giuseppe Mocci

Nel mese di gennaio del 1973, l’Ente Sardo Industria Turismo (ESIT) programmò la promozione turistica da svolgere a New York (Stati Uniti) e a Montreal (Canada).
Il programma venne concordato con l’Assessore regionale al Turismo e con l’Alitalia. Ancora una volta, il Presidente dell’Ente mi incaricò di svolgere il programma con la collaborazione dei soliti funzionari e interpreti.
Partimmo da Roma, con un volo diretto per New York che durava otto ore. Ricordo la noia, interrotta, ogni tanto, dalla visione di qualche film.

New York

Atterrati nel più grande aeroporto del mondo, il nostro aereo rullò per oltre mezz’ora, per portarci all’arrivo; il numero degli aerei parcheggiati era enorme, il frastuono insopportabile.
Fummo trattenuti alla Dogana almeno un’ora; gli agenti eseguirono un controllo severo, mai visto in tutte le altre città del mondo occidentale; un controllo puntiglioso quasi quanto quello praticato dai Russi a Berlino.
Arrivammo in questa grande metropoli di mattina; faceva un freddo cane. Le strade erano ghiacciate e il traffico spaventoso. Il nostro convegno si svolse il giorno dopo nel grande albergo che ci ospitava. Questo era un grattacielo nel quartiere di Manhattan; la mia stanza stava al settantacinquesimo piano, mentre il salone riservato per il nostro lavoro era al primo piano, dove c’erano almeno altri dieci saloni.
Grazie alla preziosa collaborazione della nostra Ambasciata e dell’Alitalia, la promozione della Sardegna fu ben accolta. 
Come al solito, il nostro lavoro si svolgeva di mattina e si concludeva con un ricco rinfresco. La sera era dedicata a incontri con personaggi importanti per il nostro lavoro o alla scoperta della città. Come è noto, New York è una città multietnica: in maggioranza americani di origine europea, ispanica, afroamericani e asiatici.
Il nostro interprete (triestino) aveva dei cugini newyorkesi e, giovanissimo, aveva vissuto alcuni anni in America. I cugini erano i due figli di un suo zio, sposato con un’afroamericana; il maschio era bianco, mentre la femmina era negra. Entrambi parlavano benino l’italiano.

Veduta dall'alto di Central Park 

L’incontro con questi due giovani fu una fortuna inaudita. Essi, infatti, con una grande automobile ci portarono in giro per la città e, grazie a loro, potemmo vedere il quartiere di Manhattan, dove visitammo il famoso grattacielo dell’Empire State Building, il Central Park e il Rockefeller Center.
Siamo stati anche nel quartiere di Harlem, abitato dagli afro-americani. Abbiamo visitato, poi, il Museum of Natural History, uno dei più grandi musei di storia naturale del mondo, Times Square e altri centri importanti della città, sempre in auto. A piedi si poteva percorrere solo qualche decina di metri, perché le strade erano ghiacciate e si scivolava.

Curiosità:
Una mattina, subito dopo la colazione, dovendo telefonare ad un dipendente della nostra Ambasciata, mi recai in una delle tante cabine telefoniche, vicine al ristorante; qui però dovetti aspettare qualche minuto, per la presenza di altre persone.  Fra queste, davanti a me, c’era anche una coppia; mi sembravano marito e moglie. Parlavano a bassa voce e, quindi, non potevo capire la loro lingua; ma i loro abiti mi sembravano abbastanza noti.
Improvvisamente un signore che usciva dalla cabina inciampò e cadde addosso alla signora, che stava davanti a me. Questa imprecò la malasorte in sardo logudorese. Meravigliato, le chiesi in italiano di conoscere i motivi della loro presenza a New York e lei, a sua volta, mi domandò se fossi italiano. Alla mia risposta “Si, sono italiano e sardo come lei”, la signora mi raccontò in logudorese: “Io e mio fratello siamo nuoresi. La mia famiglia, assieme ad altre del Nuorese, usa venire qua da tanti anni, già prima della guerra del 1940/45, per controllare l’andamento del mercato del pecorino sardo. Ogni anno, a turno, viene qui un nostro rappresentante, quest’anno è il nostro turno.”.
Rimasi sbalordito. Dall’aspetto, questi due non mi erano sembrati certamente uomini d’affari. Lei vestiva una gonna lunga nera, con un grande scialle sulle spalle e un fazzoletto grigio sulla testa; il fratello vestiva un abito grigio di fustagno e aveva in mano il classico berretto barbaricino. Sembravano una coppia perfetta di un qualsiasi paese della Barbagia, vestita a festa.   Il mondo così grande una volta, nel ventesimo secolo è diventato piccolo grazie all’aereo. A dimostrazione di ciò, ricordo con molto piacere che negli anni 70 del secolo scorso incontrai all’estero, ad Amsterdam in Olanda, un altro sardo, un mio paesano, un certo Ignazio Orrù.

Da New York, sempre in aereo, raggiungemmo Montreal (in Canada), una grande città abitata in maggioranza da oriundi francesi.
All’Ufficio Dogana dell’aeroporto, se non si dichiara di avere qualcosa da pagare, si passa liberamente; non si controlla nemmeno il passaporto, come avviene, oggi, nei paesi dell’Unione Europea.
Io venni a sapere, dopo, che questo trattamento veniva riservato solo ai passeggeri provenienti dall’America settentrionale (U.S.A.), dove i controlli erano severissimi.
Com’è noto, il Canada è stato prima colonia francese, fino al 1763, poi inglese. Esso ottenne l’indipendenza completa solo nel 1982; in precedenza faceva parte del Commonwealth del regno di Gran Bretagna. Nel 1972 il loro Sovrano era la Regina Elisabetta II; era uno Stato federale, una democrazia parlamentare e una monarchia costituzionale. Il Canada è, dopo la Russia, il paese più esteso del mondo e comprende dieci Province e tre Territori nella parte nord dell’America settentrionale. A Montreal svolgemmo il nostro lavoro in un bel salone di un nuovissimo grattacielo, con tanta gente importante invitata dalla nostra Ambasciata e da Alitalia; la promozione fu un successo.
Anche in questa città, dove si parlano due lingue (francese e inglese), incontrammo molti personaggi importanti. Fra questi un italo-canadese, il più grosso commerciante di vini italiani in Canada e U.S.A. Io, allora, ero Vice Presidente della Cantina della Vernaccia di Oristano e ne approfittai per raccomandargli il nostro vino Vernaccia; addirittura lo misi in contatto con la Cantina, per un’eventuale collaborazione. Ricordo che, a causa dell’eccessiva burocrazia italiana, spesso non aggiornata in materia, non si riuscì a concludere nessun affare.

Montreal - una delle poche vie storiche rimaste

Curiosità:
Appena entrati in città, per raggiungere il nostro albergo, notammo che Montreal, allora, era in pieno sviluppo urbanistico; si costruivano ampie strade e tante nuove case: grattacieli.
Interi quartieri, costruiti negli anni 1700/1800 (tipo i nostri quartieri di Castello e Marina a Cagliari), venivano demoliti e ricostruiti. Le gru erano tante e tutte in movimento, i cantieri pieni di lavoratori. Ricordo di aver letto, sulle recinzioni dei cantieri, dei cartelloni enormi con scritte a caratteri cubitali: “Se cerchi lavoro, presentati in cantiere o telefona al n…………..” . 

Testo di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati
Editing G.Linzas

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